RICERCA ALLOGGIO


Pubblicato il 19/06/2019
Ufficio stampa Apt Val di Fassa

Un mini-documentario di 3 minuti racconta i lavori a 3342 di Capanna Punta Penia, dopo il passaggio della tempesta Vaia, in vista dell’apertura del 20 giugno, quando sulla Regina delle Dolomiti, gli alpinisti troveranno ancora ad attenderli Carlo Budel, il rifugista social

La tempesta Vaia del 29 ottobre scorso ha provocato danni anche in alta quota, ma al termine di una serie di interventi di manutenzione straordinaria anche a Capanna Punta Penia, il rifugio più alto delle Dolomiti, la stagione parte - come da tradizione - il 20 giugno. La struttura - realizzata circa sessant’anni fa utilizzando i resti di un avamposto austriaco del 1916 - si trova a Punta Penia, la vetta più alta del gruppo della Marmolada, a 3.342 metri di quota. I lavori sono stati particolarmente complicati non solo per la quota, le difficoltà di accesso e l’esposizione al vento, ma anche per la neve abbondante che, a inizio giugno, arrivava ancora al tetto della Capanna. Il titolare del rifugio, l’architetto Aurelio Soraruf, proprietario anche del rifugio Castiglioni al Passo Fedaia, ha curato personalmente le riparazioni alla copertura, i rinforzi degli ancoraggi e la sostituzione degli infissi, aiutato dal custode della Capanna, Carlo Budel, e dal fratello di quest’ultimo, Omar.
La Marmolada è tra i gruppi dolomitici considerati Patrimonio Naturale dell’Umanità dall’Unesco e proprio in occasione dei 10 anni da questo riconoscimento l’Apt della Val di Fassa ha voluto dedicare al piccolo “cantiere” di Punta Penia un mini-documentario di 3 minuti - realizzato dai giornalisti Andrea Selva e Elisa Salvi e pubblicato sui canali social della Val di Fassa - che racconta il lavoro per liberare il rifugio dalla neve e gli interventi di manutenzione successivi, ed è il primo episodio di una serie dedicata al ritorno in vetta dopo la tempesta Vaia.
Carlo Budel - molto conosciuto anche come “rifugista social”, per le immagini e i video che ama inviare dalla vetta - potrà ora affrontare in sicurezza la sua seconda stagione sul tetto delle Dolomiti e offrire ristoro e riparo agli escursionisti che giungono in vetta attraverso il ghiacciaio (la via normale), la via ferrata della cresta ovest, ma anche agli alpinisti che giungono in vetta superando le difficoltà verticali della parete sud. «Si tratta di un luogo isolato - racconta Soraruf - che però ti proietta in una dimensione globale, perché da lassù  la vista spazia dalle Alpi austriache a Venezia. Un posto dove ti senti parte del mondo, ma anche abbastanza distaccato da osservare le cose con una certa indifferenza».



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